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In caso di un olocausto nucleare, gli unici a godersela alla grande
rimarrebbero scarafaggi & co.
Dubito che sarebbero in grado di ascoltare musica o di suonarla...
probabilmente comincerebbero col percuotersi il carapace, o qualcosa
del genere.
Che ne sarebbe della musica di noi umani? Millenni di oblio,
probabilmente, poi (qualcuno o qualcosa) scavando qua e là ne troverebbe
traccia: frammenti di dischi rigidi, pezzi di cd, forse qualche
scheggia di vinile... qualcuno magari proverebbe ad assemblarli, per
'vedere l'effetto che fa'.
I Larsen Lombriki non vengono dal futuro, anche se nel retro del cd
ci mettono la parodia futuribile di un Papa (Benedetto CXVI?); non
sono nemmeno insetti, sebbene all'interno del booklet campeggi una
mosca umana.
I Larsen Lombriki in effetti vengono da Roma, a cavallo tra il ventesimo
e il ventunesimo secolo; però il loro secondo disco sembra l'assemblaggio
caotico di frammenti musicali provenienti dal passato prodotto da un
archeologo sotto acido.
Si parte con uno swing post-industriale, si prosegue con una sorta
di garage tagliato male (ronza in lontananza un'altra 'Human Fly',
stavolta quella dei Cramps); e ci si incammina, tra schegge elettroniche
anni'80, sprazzi ambient in cieli sincopati, country western da paesaggio
marziano ... le suggestioni sono molteplici, evocate da una
strumentazione che muta in contnuazione: impulsi elettronici, chitarra
basso e batteria, sassofono. Voce ce n'è poca, anch'essa con svariati
riferimenti, dal rockabilly alla new wave.
Scorie riciclate e riassemblate in un patchwork destabilizzante, venti
porzioni di un polpettone forse un pò pesante, servite in un'ora: se
per un verso si rischia l'indigestione, per l'altro ci si lascia
solleticare il palato dalla varietà dei sapori.
MARCELLO BERLICH
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