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Basterebbe dare un’occhiata al loro sito per innamorarsi istantaneamente degli Architecture in Helsinki. “In Case We Die” è un disco che ti lascia senza parole. Nel senso, dopo quaranta minuti sei talmente stordito che proprio non ti senti di aggiungere altro. Verrebbe da dire che questo super gruppo di Melbourne deve aver tenuto le dita ben incrociate, come recitava il titolo del loro precedente album (cosa peraltro non semplice, se si considera che, per quanto numerosi, gli strumenti che suonano e i pulsanti che pigiano sono ben di più), per dare a un progetto tanto rischioso un esito così felice. L’indiepop di “In Case We Die” è una biglia in un flipper con l’immagine di Beck Hansen sul display, e il dubbio può anche sorgere: hanno imparato la lezione così bene che possono ripeterla al contrario e a testa in giù e con il raffreddore o semplicemente non hanno capito un accidente? A questo proposito una veloce occhiata all’umorismo nero e alla secca autoironia dei testi (un disco indiepop che ha per tema la morte!) potrebbe essere rivelatrice. “The most I have to say isn't really that revealing at all” dicono loro, ma è qualcosa di troppo divertente per essere taciuto.
LAURA GOVONI
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