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“Mi basta questa vita e non voglio altro. Immobile, spero che nessuno arrivi. Ma se qualcuno arriva, spero sia lei”. Questa frase di Raymond Carver che campeggia sulla bella confezione dell’ultimo cd dei Valentina Dorme, racchiude e trattiene il senso e la cifra stilistica del gruppo di Mario Pigozzo Favero: la staticità e il minimalismo, la sobrietà e la rinuncia, l’ansia spigolosa dell’attesa e la caduta degli ideali, il coraggio e la fragilità, la scarnificazione e la vivisezione della realtà. Dopo l’album di debutto del 2002 “Capelli rame” e l’intermezzo dell’ep “Maledetti i pettirossi”, tornano i Valentina Dorme con undici gioielli grezzi della loro poesia ridotta a i minimi termini, risultando migliorati, ma fedeli a se stessi. Tra i La Crus e i primi Marlene Kuntz, cantano con lucido e vibrante distacco di terrifiche vacanze in Malesia, del declino dell’amore a trent’anni, di cibo in scatola e di dita a pettine. Alfieri e precursosi della scena del rock indipendente italiano quando ancora era pallido e asfittico, i Valentina Dorme si confermano ora come alcuni dei suoi esponenti più ricercati e ermetici, grazie a canzoni che incorniciano e omaggiano la quotidianità più squallida, atroce e consueta.
VALENTINA CATALUCCI
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