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C'è una strana sensazione che si fa strada nel corso dell'ascolto del nuovo disco dei Virginiana
Miller, giunto a tre anni di distanza da "La verità sul tennis", come qualcosa che visto con la coda
dell'occhio, sfugge allo sguardo diretto, inafferrabile.
In effetti il titolo rende molto l'idea: i fuochi d'artificio danno di per sé un'idea di inafferrabilità;
se oltretutto sono 'fatui' allora ci si aggiunge qualcosa di inquietante, come l'apparizione
repentina di un fantasma.
E di fantasmi di un passato nemmeno tanto prossimo in questi undici brani ce ne sono fin dall'inizio, il passato di un'infanzia-adolescenza vissuta negli anni'80, tra meteore televisive (Uri Geller è l'omaggio al famoso 'piegatore di cucchiai col pensiero), estati passate a giocare col primo
computer (C64), mentre in Formiche la vista di un Ciao abbandonato offre lo spunto per la rievocazione di un primo amore dal paesaggio agreste.
Il passato continua ad aleggiare ne L'anno dello scambio culturale Italia-DDR, e in Re Cocomero, dove alla memoria di una vacanza estiva si sovrappongono i volti di Pertini e Pasolini.
In mezzo, La sete delle anime riassume 24.00 anni di storia del petrolio tra Alessandro Magno ed
Enrico Mattei, mentre Dispetto e, in chiusura, Insonnia sono piccole tracce di vita amorosa.
Il tutto tradotto col tono malinconico, disincantato, a tratti ondivago di Simone Lenzi e nel suono, ricco e allo stesso tempo essenziale, costruito dalle variegate sfumature delle tastiere, dal pathos degli archi, dall'eleganza di basso e contrabbasso, dalla ruvidità leggera di chitarre e vari rumori di
sottofondo.
Sempre sul filo di una leggera inquietudine, come se il tutto avesse una componente di irrealtà e
provenisse da un altrove vicino ma impalpabile.
MARCELLO BERLICH
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