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Ne hanno fatta di strada i Baby Blue, quartetto nostrano di stanza a Prato, da quel 2004 data della loro fondazione: concerti come supporter di gente del calibro di Mica P. Hinson, la partecipazione all’Heineken Jamin’ Festival, le selezioni all’Arezzo Wave e la conseguente vittoria del premio della fondazione, ovvero la registrazione del loro primo EP. Questo.
Insomma tutto il cursus honorum che una band di talento può sperare di fare in Italia. Di talento sottolineamo: è questa la forza di una band come i Baby Blue, non l’accessibilità o l’appartenenza a generi legati a mode passeggere. Talento e tanta perseveranza.
Difficile definire la musica dei Baby Blue, ed è proprio grazie a questa imprevedibilità che hanno ottenuto - per questo loro debutto - la fiducia e quindi la conseguente produzione artistica di uno come Paolo Benvegnù.
Tutto si poggia su di una base ritmica particolarmente solida ed estrosa, come nella migliore tradizione del rock alternativo dei ’90. A questo aspetto più muscolare si aggiunge una sensibilità per le sfumature che va a pescare alle origini del blues, quando l’elettricità era ancora una chimera (ascoltate gli intermezzi di “Ice Cream”). E poi c’è la voce intensa di Serena Altavilla, che rende le loro canzoni sensuali come i Mazzy Star e grintose come gli Yeah Yeah Yeahs.
Per ora tutto bene per i Baby Blue, manca solo la ciliegina sulla torta: un’etichetta che sposi il progetto. Aspettiamo fiduciosi.
VALERIO MINELLI
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