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Estremismo metal con abbondanti dosi di contaminazioni industriali: è quello che propongono i russi (di San Pietroburgo) Grenouer, ripercorrendo con suoni e suggestioni le strade già percorse da gruppi come Fear Factory o Meshuggah.
Il risultato sono gli undici brani chevanno a comporre un lavoro, il quinto, lungo il quale si alternano costantemente luci e ombre.
Il quartetto russo si mostra capace di mettere insieme brani dal discreto appeal, talvolta anche melodico all'insegna di riff accattivanti, senza rinunciare a un grammo di violenza sonora; in altri frangenti, qualsiasi ammiccamento viene messo da parte a favore di pure e semplici dimostrazioni di forza, all'insegna di un suono che appare essere quello di una trebbiatrice fuori controllo.
Elementi sicuramente positivi che renderanno gradevole "Lifelong Days" a chi ama il genere 'senza se e senza ma', senza farsi tanti problemi riguardo l'originalità: in effetti in questo loro nuovo disco i
Grenouer non sembrano riuscire, o volere, dire nulla di nuovo rispetto a quanto già esposto da altri in passato...
Quella dell'originalità poi potrebbe anche essere questione lasciata alla soggettività dell'ascoltatore, e passare in secondo piano, il problema è che i limiti di questo disco non si fermano a questo.
In realtà in più di un episodio, "Lifelong Days" appare essere un disco abbastanza confusionario: spesso e volentieri la violenza sonora, la volontà di dare vita a un sound 'tritatutto' finisce per dare vita a una sorta di 'marmellata sonora' poco digeribile all'ascolto; a questo si aggiunge una certa
incertezza di fondo su che strada far prendere al disco e anche ai singoli brani: il panorama sonoro cambia troppo di frequente , trasmettendo un'idea di poca omogeneità, gli stessi brani appaiono in più di un episodio poco sviluppati, riducendosi a chitarre martellanti accompagnate da un cantato che alterna un growling catarrale a una vocalità più pulita, ricorrendo spesso e volentieri a voci 'filtrate' dal sapore sintetico (con effetti spesso disturbanti).
Le buone idee di fondo insomma, si perdono nella voglia eccessiva di dare vita a un caos sonoro, che finisce per essere un po’ fine a sé stesso.
MARCELLO BERLICH
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